“Sono rigorosissimo, mi arrabbio da morire, quando parlano in prova vorrei ammazzarli, ma siamo amici”. Quando ho letto queste parole del Maestro – riferite dall’intervistatore, Enrico Parola, sul Corriere della Sera di martedì 24 gennaio – sono sobbalzata. Sarà che sono rinco***nita, ma ho cantato per 13 lunghi anni in quella corale, senza che di tanto rigore mi fossi mai accorta!!! O meglio, il rigore si manfestò in una sola occasione proprio a me, quando, qualche mese fa, alla ripresa delle prove dopo le vacanze, dovetti giustificare all’esimio Maestro la mia assenza dovuta a un abbassamento di voce, che allora attribuivo a una banale laringite. Ancora non sapevo di avere il reflusso gastroesofageo, né avevo visto le mie corde vocali non chiudersi bene, perciò mi illudevo che si sarebbe trattato semplicemente di un’indisposizione che mi avrebbe fatto saltare un paio di prove ma, in ogni caso, avevo ritenuto corretto scusarmi per l’assenza, rimanendoci di sale – per non dir di peggio – nel sentirmi rispondere “Cara Lella, quest’anno non saranno giustificate assenze, neppure per malattia”. Ci rimasi veramente molto male, posto che in 13 anni ho cercato di essere presente alle prove il più possibile, posto che ho cantato solo nei concerti nei quali ritenevo di aver ben studiato la parte e di essere in condizioni tali da poter emettere un fil di voce, posto che mi sono sempre sobbarcata anche il “lavoro sporco”, quello che nessuno voleva fare (rinunciare ai week-end fuori città con la mia famiglia per cantare alle Messe domenicali, per le quali non c’è l’articolo sul Corriere, né si deve indossare l’abito di gala, ma che rappresentavano, a mio modestissimo avviso, il nostro contributo alla chiesa che ospita gratuitamente da oltre 20 anni la corale, che di quella chiesa ha assunto il nome, ma alle quali messe spesso ci si trovava in quattro gatti; telefonare, quale “capogruppo”, alle compagne assenteiste, spesso sentendomi rispondere “ma fatti i ca**i tuoi” o pressappoco; lavorare nel poco tempo libero al sito Internet della Corale; fare fotocopie degli spartiti; occupare, ai concerti, i posti più scomodi e più sgraditi alle altre signore, pro bono pacis, e potrei continuare). E ci rimasi veramente male, ben sapendo che la legge non era – e probabilmente non sarà mai – uguale per tutti.
Ne ho avuto la conferma ieri sera, quando, vincendo il mal di stomaco che tuttora mi affligge (forse peggiorato per lo spavento causato dalla scossa di terremoto avvertita anche a Milano ieri mattina), sono andata a sentire il concerto per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, concerto alla cui promozione era finalizzata la suddetta intervista al Corriere. In fondo, quella corale è stata una parte importante di me per 13 anni e qualcosa, malgrado l’amarezza, è pur rimasto, e anche se non stavo benissimo ho ritenuto doveroso esserci.
Superata la strana sensazione (che ho manifestato all’amica che mi accompagnava) di essere lì “dall’altra parte della barricata”, senza lo spartito e senza l’ansia da prestazione, sono entrata nell’Auditorium e, con mio grande stupore, ho trovato tra le file del coro persone che del coro non fanno più parte da tempo, addirittura persone che so essersene andate sbattendo la porta, persone che avevano in più occasioni, pubblicamente e duramente, criticato chi si presenta ai concerti senza aver provato… ma che stavolta non hanno avuto nessuno scrupolo a schierarsi sul palco: non tanto per il Credo di Gounod, che qualcuno di loro canta da 25 anni, ma per il Te Deum di Bizet, che il resto della corale ha iniziato a studiare ben un anno fa e che costoro non so come e con quali tempi abbiano potuto imparare. Boh! Sarà che sto proprio rinco***nendo: ho conosciuto dei geni e neppure me ne ero accorta.
Ma veniamo alla cronaca. La mia amica ed io avevamo due biglietti semplici (non quelli per gli invitati VIP, che sono inviti nominativi e con posto riservato) perciò avremmo dovuto accontentarci di un posto qualsiasi. Arrivate in teatro alle 20:35, ed attardateci con la coda al guardaroba, abbiamo trovato posto nell’ala sinistra, guardando il palco, della galleria, punto dove l’acustica è ottima (trovandosi praticamente sulla verticale del proscenio) ma la visuale scarsa: io vedevo i contralti, i bassi, gli orchestrali davanti a loro, il podio del direttore e i solisti quando avanzavano in proscenio, mentre non vedevo affatto i tenori, i soprani, la parte dell’orchestra piazzata davanti a loro e i solisti quando, durante il Credo di Gounod, stavano all’estrema sinistra del palco. La platea, completamente disseminata di cartellini “riservato”, appariva semivuota: a parte alcuni illustri e riconoscibili invitati (tra i quali il ns. Presidente dell’Ordine e il sindaco Pisapia) evidentemente la maggior parte dei VIP aveva ignorato l’invito. Ma la “rigorosa” organizzazione – che, per quanto ne so, è gestita dall’Ufficio Cerimoniale della Corte d’Appello, oltre che da un paio di volonterose coriste – poteva evitare che il pubblico veramente interessato venisse dirottato in galleria, quando in platea c’erano un sacco di posti liberi a causa delle assenze dei VIP? Oltretutto, per chi deve esibirsi, è mortificante avere davanti delle sedie vuote… Solo quando stava per iniziare la rappresentazione, e in teatro le luci venivano spente e accese alternativamente per invitare la gente a prender posto, è stato consentito ai comuni mortali di occupare le numerose poltroncine vuote della platea. Col senno del poi, sarebbe stato meglio per me arrivare intorno alle 21, avrei forse avuto un posto in prima fila!
Mi aspettavo un inizio col botto, e sono stata delusa. In programma c’era l’Et incarnatus est dalla Messa K427 di Mozart, che avrebbe dovuto essere eseguito da Nadia Engheben, un bravissimo soprano che ho avuto modo di ascoltare e apprezzare più volte negli anni della mia permanenza nel coro. Nadia, che è brava, ha una splendida voce e anche una bella presenza scenica (è alta, bionda, diritta, solitamente vestita di nero senza tanti fronzoli) avrebbe rappresentato un bel biglietto da visita per quel che seguiva. Invece, senza che la sostituzione fosse annunciata, né per iscritto, né verbalmente – caro il mio rigorosissimo, queste cose non si fanno – mi sono vista entrare sul palco una tipa mora, che non so e non saprò mai come si chiami, vestita con quello che secondo lei voleva probabilmente essere un abito da sera chiaro e che sembrava piuttosto un abito da sposa di tessuto lucido, di quelli in vendita per pochi euro dai cinesi di via Paolo Sarpi. Costei, senza essere diretta dal rigorosissimo direttore (che ha pensato bene di restarsene dietro le quinte, per non condividere quella roba lì!) ha eseguito una versione pessima, mortificante, del brano mozartiano. Povero Wolfgang, credo proprio che non meritasse di essere strapazzato in quel modo.
A questo punto, credo che molti spettatori stessero pensando “Chi me l’ha fatto fare di venire ad ascoltare una ciofeca simile?” e non avessero propriamente voglia di spellarsi le mani, perciò, quando ho visto spuntare il rigorosissimo dalla quinta, mi sono improvvisata capo-claque e, per prima, ho battuto le mani forte, dando il via all’applauso di saluto, anche per incoraggiare i coristi che avrebbero dovuto esibirsi di lì a poco.
L’esibizione del coro è stata preceduta dall’inevitabile speech del Maestro, che si è contenuto in “soli” 14 minuti. Che cosa abbia detto, non chiedetemelo: così come è bravissimo nel far cantare anche i ciucci che non sanno la musica (diamo a Cesare quel che è di Cesare), non posso dire altrettanto della sua capacità di riscuotere interesse nell’uditorio quando declama uno dei suoi discorsi, per i quali non ha mai accettato il contributo di un ghost writer, o quantomeno, non che si sappia. Intorno a lui, schierati sull’attenti e impassibili, i cadetti dell’Accademia di Polizia, belli nelle loro uniformi coi bottoni d’oro e lo spadino. Nelle file del coro (almeno dal lato “voci gravi”, che vedevo io, non so dire che cosa avvenisse dall’altra parte) non c’era altrettanta compostezza. Vedevo una signora dalla pelle arrossata (vacanza in luoghi caldi o lampada UVA, non so) con stampato in faccia un sorrisetto ironico, non proprio benevolo, né deferente nei confronti del suo direttore. Un’altra – una che, quando anch’io cantavo con loro, si agitava e ballonzolava sempre – si agitava sulla sedia, e ciò non pareva bello. Qualcun altro sorrideva ai propri fans seduti in platea, c’è mancato poco che facesse “ciao-ciao” con la manina.
Finito il discorso e ritiratisi i cadetti, era la volta del coro, col vecchio, ma sempre d’effetto, cavallo di battaglia del Credo dalla Messa Solenne di S. Cecilia di Gounod. Anche il basso solista non era quello indicato nei programmi di sala (tale Emidio Guidotti), sostituito a sorpresa da un ex-corista della Nazariana, nella quale, ai bei dì che furono, faceva lui il solista.
Prestazione più che buona del coro, che ormai la Messa di Gounod la conosce fino allo sfinimento (io stessa, dalla galleria, la canticchiavo sottovoce, ammetto che non ho saputo resistere a una melodia che conosco così bene e mi piace così tanto), penosa dei solisti. Il soprano si era rivelato già per quel che era, il tenore non mi è neppure sembrato un tenore, e il nostro amico, che peraltro doveva cantare poche note, non me ne voglia, ma non è parso nella sua serata migliore, quelle poche note le ha cantate con vociaccia sgraziata, altre volte in passato aveva fatto meglio, forse il tempo passa anche per lui.
Ho detto prestazione più che buona del coro, nel senso che, da lassù dove mi trovavo, l’ho sentito in generale cantare bene e non ho colto eventuali errori individuali. Ma benedetto cielo, dopo anni e anni che cantate la Messa di Gounod, potreste almeno provarci a cantarne almeno un cicinìn a testa alta e guardando il direttore, senza leggere? E invece si è purtroppo visto ancora questo, veterani dei tempi d’oro e befane intoccabili accomunati nello stesso, identico, difetto: testa china e faccia sprofondata nello spartito. Un suggerimento per le sullodate befane: gli occhiali da vista metteteli sul naso, non sopra la testa a mo’ di cerchietto fermacapelli, che magari servono a qualcosa…
E’ stato poi il turno del tenore Arnaud Penet – l’unico di cui ci fosse il nome nell’invito e non fosse stato sostituito – ad esibirsi da solo nell’ Et Incarnatus Est di un’altra Messa di Santa Cecilia, quella di Haydn. Il direttore si era molto speso (già ai tempi in cui io frequentavo ancora il coro) per magnificare questo tenore francese, perciò avevo grandi aspettative su di lui. Leggo nel suo curriculum, ed è stato ripetuto anche nel discorsetto del direttore, che dirige il coro della basilica di Lourdes. La battutaccia sarà anche scontata, ma ritengo che dopo l’esibizione di ieri sera dovrebbe tornare a Lourdes a pregare la Madonna, che è meglio. Intonato lo è, ma non ditemi che quello lì è un tenore. Visto che il Rigorosissimo aveva preso un ex corista quale basso solista, avrebbe potuto prendere un tenore del coro per fargli fare il solista, che avrebbe sicuramente fatto meglio di questo qua.
Per finire, il tanto atteso Te Deum di Bizet. Anche in questo caso, buona performance del coro – per essere una prima rappresentazione assoluta di un brano difficile, è andata tutt’altro che male – ma pessima dei solisti: il soprano (che si è sentito solo quando, per poche note, doveva sovrastare il coro nel “Sanctus, sanctus, sanctus Dominus”, per il resto mi sembrava sfiatato e anche un po’ calante) e il tenore-non tenore Penet hanno peggiorato il livello d’insieme della performance. Mah, spero che il pubblico (chiaramente incompetente, tant’è che applaudiva tra un movimento e l’altro, mentre non si dovrebbe interrompere il brano e, se si vuol battere le mani, lo si fa solo alla fine) non abbia colto.
Nessun bis, ma nessuno l’aveva richiesto.
Applausi non calorosissimi, discorsetti finali, e uscita di scena del coro con il consueto stile da transumanza pastorizia.
Insomma, per essere una serata che aveva la pretesa dell’ufficialità e della solennità, mi è sembrata scarsa, non per colpa del coro (che, ripeto, ha fatto del suo meglio, sarà l’effetto del “rigore”?) ma dei solisti e dell’organizzazione.
Mi sto curando il reflusso, pian piano la voce torna su, ma non credo che, se mai tornerò a cantare, avrò voglia di fare qualcosa del genere. A me piace cantare, mi sono sempre divertita più alle prove che ai concerti e le cerimonie ufficiali mi lasciano perplessa.
Fuori, prima e dopo il concerto qualcuno dei coristi mi ha salutata con sincero affetto (grazie, ragazzi, mi avete commossa, vi voglio bene), ma le intoccabili neppure si sono degnate di dirmi “crepa”. Ecco, neppure queste mi mancheranno, anzi, mi fanno sentire felice di essere un’ex.